Il Cimitero Acattolico di Roma. Impressioni di Giugno

di Manuela Vetrano, 9 luglio 2014, Oltre Torino

È uno splendente venerdì di fine giugno. Arrivo a Roma Ostiense. A due passi dalla stazione mi attende un luogo fantasticato a lungo… sarà il Colosseo? Villa Borghese? La Cappella Sistina? Ma nooo! E’ il Cimitero Acattolico, ovvio! Ho sentito parlare tanto di questo camposanto. Adibito fin dall’inizio del 1700 alla sepoltura dei non cattolici che morivano a Roma, ancora oggi è in attività.
Ho visto molte immagini e letto qualche articolo, ma finalmente potrò visitarlo di persona e avrò tutto il pomeriggio a disposizione! E alla fine chissà se concorderò con P. B. Shelley, che nel 1818 scrisse:

“Il camposanto inglese è il cimitero più bello e solenne che abbia mai visto”

Pur non essendoci mai stata, lo trovo subito, perché so che è sovrastato dalla mole della Piramide di Caio Cestio (peccato, è impalcata!), il sepolcro monumentale che questo funzionario romano si fece costruire nel 18-12 a.C.
Costeggio il muro di cinta del cimitero ed entro dal piccolo cancello a due battenti. È come oltrepassare lo Stargate… ma davvero sono ancora a Roma? Mi sembra di essere stata catapultata in un altro mondo… non ci sono più macchine e non si sentono rumori. Forse è questo il vero Giardino Segreto descritto da F. E. Burnett… gli uccellini cinguettano, tanti bei gattoni sonnecchiano qua e là… è un trionfo di alberi e fiori (pare il festival dell’ortensia! E io adoro le ortensie), che si fondono in perfetta armonia con le tombe e le sculture posizionate in file serrate, ma ordinate, lungo un pendio erboso delimitato per un buon tratto delle antiche Mura Aureliane.

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Per prima cosa mi dirigo (in compagnia di Simona Trozzi, illustratrice amante dei cimiteri, che mi fa da guida) verso la parte più antica di questo meraviglioso parco. Sì, è un parco a tutti gli effetti: parecchia gente viene qui semplicemente per stare un momento in pace, seduta su una panchina o sull’erba. Ci sono pochissime tombe, in ordine sparso, perché dal 1822 cessarono le sepolture in questa zona e da quel momento in poi si svolsero nella parte nuova del cimitero, quella che si vede appena entrati.
Migliaia di persone prima di me hanno calpestato il vialetto diretti alla tomba più famosa dell’Acattolico, che si trova proprio nel cimitero vecchio. È quella del poeta inglese John Keats, morto a soli 25 anni il 24 febbraio 1821… una frase posta sulla sua lapide è la più intensa e commovente che abbia mai letto, e non ha bisogno di alcuna spiegazione:

"Qui giace uno il cui nome fu scritto nell'acqua"

“Qui giace uno il cui nome fu scritto nell’acqua”

Ritorno nuovamente nei settori più recenti alla ricerca questa volta dell’opera d’arte più nota del cimitero: l’Angelo del Dolore, scolpito da William Wetmore Story nel 1894 per la tomba della moglie Emelyn, morta nel gennaio di quell’anno. “Mi chiedo sempre se lei può vederlo… farlo mi dà conforto”, scrisse a un parente lo scultore, mentre realizzava l’opera nella primavera 1894. Ho visto mille volte la foto di questo angelo affranto, ma vederlo dal vivo è tutta un’altra emozione, perché mi rendo conto che esiste davvero. E non importa se c’è il sole o la pioggia o la neve… lui è sempre lì per testimoniare l’amore di William per Emelyn.

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Passo a salutare Gadda, Shelley, il figlio di Goethe, Gramsci… ma tombe illustri a parte, quello che mi colpisce è che non ci sono fotografie dei defunti, come nei cimiteri nostrani, e che qui non sono sepolti solo inglesi, ma anche russi, svedesi, giapponesi… insomma una Babele di tombe e epigrafi a volte indecifrabili di persone che sono morte lontano dal loro paese e che sono rimaste qua. Scrisse a tal proposito Emil Zilliacus nel 1924:

“Inglesi e tedeschi e nordici, in questa oasi piccola e tranquilla dormono tutti (…) il sonno in terra straniera. Ma non so se sono da compiangere. Probabilmente agli occhi di molti al momento del trapasso apparve la patria lontana (…). Lontani dal paese che li vide nascere sono entrati nel riposo, eppure dormono nella casa dei loro sogni poetici e artistici”

Continuo il mio giro e ad ogni passo mi fermo, perché tutto quello che vedo mi invita a riflettere: i simboli che decorano le lapidi; le iscrizioni; le storie: il monumento dell’ufficiale inglese Devereux Cockburn, morto nel 1850 a 21 anni, raffigurato insieme al suo cagnolino; la tomba di Rosa Bathurst, annegata nel Tevere a 16 anni nel 1824, rappresentata in un bassorilievo mentre esce dall’acqua e viene accompagnata in cielo da un angelo; l’epigrafe di Natalina Wissozky, morta 26 anni e sepolta insieme al suo bimbo Nicola, dettata da Giovanni Costa “desolato padre e consorte, col desio di unirsi a loro”

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Vorrei restare ancora, ma è tardi. Vengo riportata alla realtà dal centro visitatori, situato all’interno della vecchia cappella, dove compro l’anelato souvenir: l’utilissimo libro di N. Stanley-Price (“Il Cimitero Acattolico di Roma. La storia, le persone e una sopravvivenza lunga 300 anni”, 2014).

Che dire? Shelley aveva ragione. Come ben sapete, io adoro il Cimitero Monumentale di Torino, ma mi piacerebbe proprio avere il Cimitero Acattolico di Roma sotto casa, sempre pronto ad accogliere i miei passi e i miei pensieri.

Info:
L’album di immagini su Facebook: Il Cimitero Acattolico di Roma. Impressioni di Giugno
Il sito ufficiale del Cimitero Acattolico: http://www.cemeteryrome.it/

I contenuti di questo articolo sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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